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I TESORI NASCOSTI

Grandi musei chiamati uffici pubblici

A Palazzo Marino e a Palazzo Isimbardi non c’è stanza che non esibisca il suo piccolo capolavoro. Ma a queste opere d’arte è spesso assegnata una avvilente funzione: fare arredo, abbellire stanze più o meno nobili

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L'ufficio del sindaco a Palazzo Marino Milano, 12 agosto 2008 - Ospiti preziosi e silenziosi, quasi sempre inamovibili. Appesi alle pareti, poggiati su un mobile, dimenticati in un angolo. Negli edifici pubblici (c’è chi preferisce chiamarli palazzi istituzionali) alle opere d’arte è spesso assegnata una avvilente funzione: fare arredo, abbellire stanze più o meno nobili, dove, a seconda dei casi, si fa politica, si pratica la burocrazia o si amministra la giustizia. Un patrimonio notevole e non necessariamente minore, in parte proveniente dai depositi di musei statali o civici. Non è che le istituzioni riceventi siano sprovviste di quadri o sculture, tutt’altro, ma è nella tradizione - e nella necessità di dare visibilità a pezzi altrimenti destinati all’oblio - che molte opere vadano a svernare negli uffici pubblici.

 

Prendiamo il Palazzo di Giustizia: qui, nello studio del procuratore capo è ben sistemato un grande dipinto di Francesco Hayez, 'Francesco Foscari destituito', graziosamente ceduto in affido - ricorda Luisa Arrigoni, in questi giorni facente funzioni di soprintendente - appunto dalla Soprintendenza ai Beni artistici e storici di Brera. Ma se il furto del Favretto è avvenuto nel ben fornito Palazzo Isimbardi, vediamo qual è la consistenza del patrimonio artistico del principale palazzo amministrativo di Milano, Palazzo Marino.

 

Un patrimonio che attinge perlopiù dalla Civiche Raccolte d’arte del Castello e che, vedremo, predilige i paesaggi. A Manfredi Palmeri, presidente del Consiglio comunale, rimasto in questi giorni al suo posto di lavoro, scappa una simpatica battuta: "Almeno i quadri appesi nel mio ufficio sono al sicuro: li presidio io". Fra gli altri, il suo ufficio vanta un bel paesaggio di Mosè Bianchi.

 

E altrove? Nell’ufficio del sindaco sono esposta tre vedute settecentesche di Tommaso Fasano, oltre a una 'Madonnina con Bambino e San Giovannino' alla maniera di Bernardino Luini. Delicatissime, le anticamere: in quella di questo ufficio si trovano una copia da Velasquez di un ritratto di Filippo IV e un 'Sant’Ambrogio a cavallo che sorpassa un guerriero caduto' di Giannino Castiglioni, mentre nel corrispondente spazio dell’ufficio del vicesindaco è esposto un altro paesaggio di Mosè Bianchi (una terza opera del maestro monzese è nell’ufficio del super consulente Paolo Glisenti). Nella Sala Gialla un dipinto di Eugenio Gignous, bel rappresentante dell’Ottocento lombardo, e un 'Corso XXII Marzo' di Carlo Bisi. Nell’ufficio del segretario generale, un olio di Salvatore Blasco, 'Casa rustica a Porta Ticinese'.

 

Nella sala delle Tempere è esposta una tela di anonimo romano, 'Conversione di San Paolo'. E sul tema, in autunno potrebbe arrivare da Roma, per essere esposto proprio in sede, un importantissimo quadro. Tornando a Palazzo Isimbardi, luogo del furto del Favretto, è noto dell’edificio lo smalto del patrimonio artistico. Citiamo: il suggestivo 'Verso sera' di Leonardo Bazzaro, l’'Interno di Orsanmichele' di Luigi Bisi, magari la veduta 'Dallo scoglio di Quarto' di Luigi Conconi o, anche qui, un paesaggio di Eugenio Gignous e un acceso 'Olivet'" di Pompeo Mariani, un 'Interno del Duomo di Milano' di Giovanni Migliara, un 'Ponte di Porta Vercellina' di scuola italiana, che illustra un episodio delle Cinque Giornate.

 

C’è anche un allegrissimo 'Marzo' di Eugenio Spreafico, scoppiettante di oche al pascolo, un 'Mancante a scuola' di Eugenio Trezzini, che documenta come, anche a metà Ottocento (1868), i ragazzi milanesi amassero marinare i banchi per spassarsela in città (in questo caso, nella campagna ai piedi dell’Arco della Pace. Sul soffitto della Sala Giunta, infine, una grande tela del Tiepolo, acquistata nel 1954. Troppo grande, quest’opera, e soprattutto troppo... alta per poter essere rubata come un qualsiasi Favretto.

di Piero Lotito










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