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A cura di
Matteo Leonelli
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14/04/2007 15:41
DOPO GLI SCONTRI A CHINATOWN

Il prefetto si offre come mediatore

Sembra tornata la normalità, ma sotto restano problemi e tensione. Bande giovanili prendono il pizzo dai connazionali: "100 euro al giorno"

Milano, scontri a Chinatown Milano, 14 aprile 2007 - TRASCINA il carrello come un 'coolie' della Union Pacific. Non sulle rotaie della prima ferrovia transamericana ma in Paolo Sarpi, giù dal marciapiede per evitare la multa, fra gli applausi di fotografi e cameramen. Riconoscenti, perché è l’unico cinese che carica o scarica nel sonnacchioso mezzogiorno della Chinatown milanese, fra codazzi di connazionali che leggono e commentano le cronache degli scontri sui loro giornali, appesi in ogni vetrina. I vigili, presenti in mattinata, sono in pausa pranzo, la tensione si stempera come l’anice nel pastis ma la sfida, anche politica, è partita. E mentre il comando dei ghisa prepara la relazione ufficiale sugli incidenti di giovedì, ribadendo le accuse, (e il legale ella comunità cinese si dice pronto a presentare un esposto alla magistratura) i maggiorenti si ritrovano nel ristorante di Marco Jubin, per discutere nervosamente la stategia che prepara l’incontro della loro comunità, lunedì prossimo.

CON LORO c’è anche Remo Vaccaro, "perché la metà degli esercizi di Paolo Sarpi, una sessantina è ancora milanese e abbiamo gli stessi problemi". Pedonalizzazione e delocalizzazione, la ricetta d’urgenza del sindaco Moratti, divieti di carico e scarico, "normative poco chiare" . Anche Lisi Vallardi del comitato "Vivi Sarpi..." propone "soluzioni trasversali e ragionevoli, perché non è vero che siamo tutti razzisti. Ma l’illegalità diffusa e il mancato rispetto delle leggi e delle regole devono finire. E il commercio all’ingrosso non è compatibile con la vivibilità del quartiere". Jubin, come altri notabili, vuole "subito un tavolo di confronto con il Comune, che chiediamo da anni. Con il nostro console e il sindaco. Ci dicano dove possiamo trasferire i magazzini, lasciando in zona gli show room". Per ora risponde il prefetto Lombardi, che si offre di mediare.

 

LUCIA, da tre generazioni a Milano, non ha dubbi. "Se fosse successo a me avrei pagato la multa, senza fare storie". Ha un negozio in via Bramante e ha comprato anche tre posti auto nel cortile per i clienti. Si è organizzata, appartiene alla nuove famiglie che contano, con i Jubin e i Wu. Il figlio più piccolo studia dalle suore di via Moscova, il più grande dai gesuiti al Leone. Gli altri lamentano al bar che "nessuno ci ha detto, quando siamo arrivati, che non potevamo commerciare all’ingrosso. Noi abbiamo pagato tutto e ora non ci fanno lavorare. Da anni chiediamo soluzioni alternative". Parla chi conosce l’italiano e sa di aver fatto schizzare in alto il mercato immobiliare per la felicità degli italiani. "Abbiamo rilevato, soprattutto in via Bramante, negozi che stavano chiudendo".

NON DICONO che tutti gli ambulanti del Nord Italia e anche del Sud della Francia ormai si riforniscono qui: comprano a pochissimi euro e vendono a pochi euro. Nelle analisi più costruttive si separa allora il problema di una comunità chiusa, che trasferisce qui i suoi modelli di vita senza parlare la lingua, senza conoscere i suoi diritti e i suoi doveri, con la sua 'second life' molto reale di medicina e banche parallele, caporalato e sfruttamento, dal problema di chi commercia qui da decenni e vuole soluzioni rapide al contenzioso con un Comune finora colpevolmente assente. Un professionista italiano ricorda che "tutto cominciò con un viaggio in Cina di Formigoni, ma poi il Comune non fece niente".

NON FECERO niente per un decennio anche i ghisa, nonostante le continue lamentele e chiamate dei residenti sommersi da scatoloni, assediati da macchine e furgoni. Poi, all’improvviso, si è passati al modello tedesco. Confusione sulle regole (gli orari di carico e scarico) e tolleranza zero.
Cammino in via Bramante, ci ho abitato fino a ieri. C’erano i migliori corniciai di Milano, un antiquario e un bravo restauratore, il calzolaio, l’elettricista e il lattaio, il panettiere, il macellaio, il salumiere e il droghiere. Persino un bar alla moda, il Fresco. Adesso solo esercizi all’ingrosso. Riconosco i ragazzi e le ragazze che hanno guidato la protesta.

RIVOLUZIONARI post maoisti, chiedo? "No. I genitori hanno i negozi e non lavorano più. Loro sono gli unici a parlare e scrivere italiano». Capitalismo senza regole e bandiere della Cina Popolare, un console che ne ha fatto un caso politico e diplomatico. Non tutti ne sono felici. Hu e Ji racontano di essersi trasferiti a Chinatown da via Ripamonti, la Porta Romana bella di Giorgio Gaber. «Avevamo quasi solo amici italiani, ci sentivamo milanesi.

DA QUANDO un bambino ha detto a nostro figlio, a scuola, "faccia di limone", ci sentiamo più cinesi. E lo abbiamo mandato a studiare almeno per un anno in Cina. Avevamo la possibilità di stare in patria siamo venuti qui nel 1985 perché amavamo questo Paese. Ci sentiamo sconfitti". Lucia è più pragmatica, il figlio passa le sue giornate con il compagno di scuola e vicino di casa Paolo Maria. È perfettamente integrato e tifa Milan. Alle finestre sventola qualche bandiera arancione e tricolore. Dalle vetrine parte un appello più conciliante: "Anche noi siamo milanesi". E Vittorio Sgarbi lancia l’idea del poliziotto di quartiere cinese, ci sono già in parrocchia i preti cinesi, come gli italoamericani a Little Italy e Broccolino. Anche se qui invece delle Triadi scorazzano le bande giovanili. "Non lavorano, sono incontrollabili anche dalle famgilie. Ci chiedono 50 o 100 euro". Per ora.

Marco Mangiarotti

 

FOTO DEL GIORNO

IL RICORDO

Il 22 maggio va in scena al Teatro Nuovo "Si fa per ridere", una serata dedicata al grande Gino Bramieri. Inoltre dal 7 al 21 maggio verrà allestita nel teatro una mostra fotografica per ricordare il comico milanese